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Introduzione al concerto
Massimo Mila, con la rara chiarezza e intelligenza di chi ha saputo arrivare al nucleo di molti problemi storici ed estetici, definisce Brahms “un romantico prigioniero della forma”. La definizione, solo apparentemente semplicistica, centra appunto il cuore di molti problemi relativi alla scrittura del compositore tedesco e il concerto qui presentato lavora proprio le due anime, o meglio l’”ambivalenza” che si trova a cifra di tale definizione. Egli è un romantico nell’elaborazione di magnifici codici “leggeri e popolari”, nell’interpretare il “proprio tempo” (in Vie nuove Schumann lo considera “musicista del futuro”), nell’immediata espressione in forme libere e nella progressiva elaborazione motivico-temativa e consecutivamente (non anti-wagnerianamente!) armonica. Ma è anche e soprattutto accanito cultore della musica del passato, integro devoto della forma e dei materiali e ancora (parafrasando Mila) in continua lotta con il grande “ideale della forma classica”, diluita però dal cromatismo e dalle meravigliose intemperie formali e storiche (vedi qui la devozione e lo studio dell’ultimo “moderno” Beethoven).
Brahms scrive le sue variazioni su un tema ungherese op. 21/2 nel 1854 e quelle (celeberrime) su un tema di Paganini nel 1862-1863. Proprio la variazione - ne abbiamo appunto qui due stupendi esempi - è la forma che sembra più rispondere a tutte le esigenze (storiche e formali) trasversali di cui sopra. Appare allora un paradosso, ma sono proprio i “moderni” a intuire la portata “rivoluzionaria” della “classicissima” variazione anche e soprattutto associata all’uso continuo che ne fa il compositore amburghese. Per il docente Schönberg infatti (come anche per il docente Brahms!) il lavoro sulla variazione è il primo suggerito e caldeggiato agli allievi nello studio della composizione (presto poi la dodecafonia diventerà pure figlia formale della variazione) ed è sempre Schönberg nel suo saggio Brahms il progressivo a elogiare l’uso quasi “avanguardista” della “variazione generativa” sia nella micro che nella macroforma delle composizioni cameristiche e sinfoniche brahmsiane. Se inoltre leggiamo le stupende e chiarissime lezioni di Webern sulla Nuova Musica troviamo continui riferimenti e Brahms associati all’uso di questa forma: “accadono cose incredibili e tutte derivano dalla stessa base! Come la Urpflanze di Goethe: le radici altro non sono che il gambo, il gambo altro non è che la foglia, la foglia altro non è che il fiore: variazioni dello stesso pensiero”.
In parte diversa è la questione formale che riguarda i Klavierstücke op. 118 e 119, scritti nel 1893. Questi lavori, infatti, appartengono alla tarda fase creativa del compositore; sono non solo gli ultimi scritti per pianoforte ma anche gli ultimi ad essere visti pubblicati da Brahms. Qui la coerenza e la forma esistono ancora, ma sono come nascoste, in filigrana, nelle variazioni (anche tematiche) più piccole e nella multivalenza allargata (e progressiva) dell’armonia e del singolo accordo; la grande forma però non è più quella classica della variazione o della sonata ma quella più romanticamente libera del pezzo lirico breve: Rapsodia, Intermezzo, Romanza e Ballata. È proprio questo il segno di modernità e di avvenire della musica brahmsiana; la capacità di mutare registro, di plasmare la materia armonica e tematica sia grazie alla forma ma anche e soprattutto lottando contro di essa; la possibilità di essere l’ultimo dei classici o il primo dei “moderni” a scapito delle circostanze; a questo proposito niente di meno retorico della celebre frase di Schumann che, riguardo a Brahms, chiede in una lettera ad un amico violinista: “Johannes dov’è? Si trova presso di voi? Vola alto o è soltanto sotto i fiori?”
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PIANOFORTE: Michele Campanella

Considerato internazionalmente uno dei maggiori virtuosi e interpreti lisztiani, Michele Campanella ha affrontato in 40 anni di attività molte tra le principali pagine della letteratura pianistica.
La Società "Franz Liszt" di Budapest gli ha conferito il Gran Prix du Disque nel 1976, 1977 e nel 1998, quest'ultimo per l'incisione “Franz Liszt - The Great Transcriptions I-II” edita dalla Philips.Il Ministero della Cultura ungherese gli ha conferito la medaglia ai “meriti lisztiani”,così come la American Liszt Society. Formatosi alla scuola pianistica napoletana di Vincenzo Vitale, Michele Campanella è un artista di temperamento assai versatile. Questa sua caratteristica lo ha portato ad avvicinare autori quali Clementi, Weber, Poulenc, Busoni , Rossini, Brahms, Ravel e Liszt, di cui ha recentemente inciso un’antologia di Parafrasi, primo grande capitolo di un'importante serie dedicata all'opera lisztiana.
La sua discografia comprende incisioni per etichette quali Emi (Ravel), Philips (Liszt, Saint-Saëns), Foné (Chopin), PYE (Liszt, Ciajkowskij), Fonit Cetra (Busoni), Nuova Era (Ciajkowskij, Liszt, Musorgskij, Balakirev), Musikstrasse (Rossini), P&P (Brahms, Liszt, Scarlatti), Niccolò (Schumann).Nell’estate del 2005 è stata pubblicata dal Rossini Opera Festival la registrazione della Petite Messe Solennelle di Rossini diretta da Campanella a Pesaro. Ha suonato con le principali orchestre europee e statunitensi, collaborando con direttori quali Claudio Abbado, Gianluigi Gelmetti, Eliahu Inbal, Charles Mackerras, Zubin Mehta, Riccardo Muti, Georges Prêtre, Esa-Pekka Salonen, Wolfgang Sawallisch, Thomas Schippers, Hubert Soudant, Christian Thielemann.E' frequentemente invitato in paesi quali Australia, Russia, Gran Bretagna, Cina, Argentina ed è stato ospite dei festival internazionali di Lucerna, Vienna, Praga, Berlino e Pesaro (Rossini Opera Festival). Negli anni ’90 è stato al fianco di Salvatore Accardo e Rocco Filippini, affrontando i capolavori della musica da camera. Spiccano tra gli ultimi importanti traguardi l'esecuzione di tutti i concerti di Beethoven e Mozart, e l’integrale della musica per pianoforte di Brahms. Negli anni recenti Michele Campanella ha operato in veste di direttore -solista con le più prestigiose orchestre italiane, come l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’ORT-Orchestra della Toscana, l’Orchestra da Camera di Padova e del Veneto, I Filarmonici di Verona, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento. Si dedica con passione all'insegnamento: è titolare della cattedra di pianoforte all'Accademia Chigiana di Siena dal 1986 e per 8 anni ha tenuto corsi di perfezionamento a Ravello. Attualmente è direttore dei corsi invernali della Fondazione Santa Cecilia di Portogruaro. E’ stato insignito dei prestigiosi riconoscimenti della “Fondazione Premio Napoli” e della “Fondazione Guido e Roberto Cortese”. E’ membro delle Accademie di Santa Cecilia,Filarmonica Romana,Cherubini di Firenze.E’ membro del CDA dell’Accademia di Santa Cecilia.E’ direttore artistico di tre stagioni concertistiche nate nell’ambito delle Università di Napoli,Benevento e Catanzaro. |