Charles Ives - The unaswered question
Concorrono non pochi elementi a fare di The Unanswered Question una dei lavori più originali e precursori della nostra modernità musicale, grazie anche (o nonostante) la sua brevità e apparente scomoda semplicità. Innanzitutto consideriamo il fatto che la partitura è pensata molto “in anticipo” rispetto a numerose (troppe) pagine che oggi infarciscono il loro proto-minimalismo con ingenuità filosofiche o concettuali; Ives la scrive già durante il primo decennio del Novecento e la sottopone a revisione tra il 1930 e il 1935. Secondariamente pensiamo all’originalità della scrittura, omogenea nello spazio ma pensata a strati indipendenti, diversi, quasi indifferenti l’uno all’altro. Infine ne arricchiamo concettualmente la poetica sapendo che “dietro a tutto” si agita il mondo meraviglioso e variegato degli scrittori trascendentalisti americani (in questo senso arriviamo subito al Thoreau mistico ma meravigliosamente pratico di Walden); è lo stesso compositore a suggerire: gli archi (immobili) rappresentano “il silenzio dei Druidi che non sanno, non vedono e non odono nulla; la tromba richiama la “perenne domanda sull’Esistenza” e i flauti replicano, come facciamo noi tutti i giorni, sempre più dissonanti con “risposte contrastanti”.
Arnold Schoenberg - Sinfonia da camera n 2 in mi b minore op 38
Schönberg completò in America la sua Seconda sinfonia da camera solo nel 1939 e ben più di trent’anni dopo averne concepito le prime note. La composizione appartiene quindi a quella serie di lavori degli ultimi anni che sembrano muovere a un recupero tonale “tradizionale” e per il quale si pensò (erroneamente) ad un “tentativo-tradimento”, da parte del compositore, di ingraziarsi i colleghi più “neo-classicisti”. In realtà queste opere “tonali” contano esattamente quanto i coevi lavori dodecafonici ed anzi, in profondità, ne affrontano gli stessi problemi formali ed “armonici”; infatti, oltre ad una netta necessità tematica, si giunge anche qui all’uso di “triadi ricorrenti” e di figurazioni semicontrappuntistiche, come nei lavori più radicali. Come fa notare il pianista canadese Glenn Gould (immenso esegeta della scrittura schönberghiana) quando il compositore dichiara che “si può ancora scrivere molta bella musica nella tonalità di DO” non vuole attuare una clamorosa marcia indietro ma, al contrario, organizzare in modo diverso la situazione tonale aggiungendo “un corollario veramente innovatore alla formulazione del suo pensiero musicale”.
Ludwig van Beethoveen - Sinfonia n 6 op 68 in fa maggiore “ Pastorale”
Beethoven portò a compimento la sua celebre “Pastoral-Symphonie” (quasi in dittico con la Quinta op. 67) a cavallo tra i prolifici e tumultuosi anni 1807 e 1808. L’opera è giustamente celebre - tra i tanti - per due motivi fondanti e oggettivi: primo, l’immane e titanica scrittura sinfonica (già inaugurata con la Terza op. 55 nel 1802-1804) qui portata ad un parossismo di quieto “allargamento armonico e ritmico”, lontano da ogni banale manierismo di genere. Secondo, il riferimento ai celebri titoli in capo ai movimenti per i quali è lo stesso Beethoven, in testa all’intera partitura, a dare dirette precisazioni: “Più espressione di sensazioni che pittura”; la sua sinfonia infatti e nonostante i sicuri fraintendimenti non descrive proprio nulla, ma semplicemente scrive,idealisticamente parlando. Il mondo pastorale è da intendersi come un meraviglioso allontanamento dagli affanni mondani e borghesi verso un panteismo ideale e assoluto dove i sentimenti di “Risveglio, le Tempeste, la Gioia e la Riconoscenza” sono in realtà un quasi “religioso” immergersi dell’uomo in uno “Spirito” più grande, in leggi naturali, eterne ed universali; mille miglia al di sopra delle cose umane. |